Origine del nome

Il paese di Siapiccia si sarebbe probabilmente sviluppato, come alcuni degli altri centri urbani del territorio, su una delle diverse vie secondarie del diverticulum dell’antico asse viario romano Karales-Turris Libisonis (Cagliari – Porto Torres), che da Forum Trajani (Fordongianus) andava verso Uselis (Usellus). Il nome deriverebbe dunque da questa strada minore, più tardi chiamata Sa Ia Pittia (la Via Piccola), in prossimità della quale si originò un primo nucleo dell’abitato urbano.

Storia

La pluralità di risorse naturali, tra cui un’importante e ricca presenza di fonti d’acqua, avrebbero favorito un primo popolamento nel territorio di Siapiccia già dal neolitico, ma soprattutto nel corso dell’età del Bronzo. Sono infatti documentati resti di una serie di insediamenti nuragici a ridosso del monte Grighine, posti a cintura di difesa dell’area, ed elementi della relativa cultura materiale, quali cuspidi, strumenti in ossidiana ed utensili in terracotta, a testimonianza delle consuete pratiche venatorie, agricole e d’allevamento.

Sepolture e incisioni del periodo Fenicio-Punico attestano la frequentazione della zona nei secoli successivi, ma è in età romana che il territorio fu popolato in maniera più sistematica, come dimostrano tombe ed epigrafi dell’epoca e i ruderi di alcuni ponti e strade imperiali, tra cui una delle stationes di negotiatores (mercanti) datata al III sec. a.C.

Durante il medioevo il paese venne inizialmente sottoposto all'autorità del Giudicato di Arborea nella Curatoria di Simaxis e, solo in seguito, nel 1410, venne incluso nel Marchesato di Oristano. Nel 1928 il governo fascista costituì un'unica entità comunale, inglobandolo ai comuni di Siamanna e Villaurbana, dal quale si distaccò, insieme al primo, nel 1947.

Infine nel 1975, in seguito al risultato di un referendum popolare, Siapiccia si costituì definitivamente come comune autonomo.

Nuraghe Urrabi

I ruderi dell’edificio nuragico sono stati individuati in una zona ricca di sorgenti, in prossimità dell’abitato di Siapiccia. La radice “Ur” del toponimo, traduzione del termine “acqua”, farebbe proprio riferimento ad una ricca falda acquifera presente nelle vicinanze. È possibile che la comunità dell’epoca utilizzasse la fonte per molteplici usi, nonché a scopo curativo e benefico, attribuendole dunque caratteristiche sacre.

Incisioni di Madau-Su Padru

Su una collina in località Madau, a pochi metri di distanza da un’altra zona chiamata Su Padru, è stata individuata un’area di culto in corrispondenza di una roccia naturale d’arenaria, forse destinata allo svolgimento di sacrifici rivolti al dio Ba’al. Di norma, i rituali della tradizione fenicio-punica venivano compiuti su are ardenti o altari bruciaprofumi e potevano avere funzioni e scopi differenti: dall’entrare in contatto con la divinità per espiare una colpa, per ringraziarla dei benefici ricevuti o per propiziare un evento, al preciso dovere sentito verso un dio con il quale la comunità aveva stretto un patto.

La pratica di tali culti in quest’area sopraelevata è testimoniata da alcune incisioni su roccia, datate al V-IV sec. a.C. e raffiguranti personaggi in atto propiziatorio. In una di queste incisioni sono ad esempio visibili, nella parte anteriore, una figura che tiene in mano una spada davanti ad un altare con il fuoco acceso, un guerriero munito di elmo, scudo e lancia, un ipotetico capo o re con scettro assiso in trono ed un quarto personaggio in atteggiamento di prostrazione. Al centro si distingue un varco chiuso da una pietra circolare, forse un trauma geologico della roccia o, se scolpito, la raffigurazione dell’ingresso di una camera funebre. Le iscrizioni incise ai lati risultano invece danneggiate e quindi impossibili da interpretare.

Chiesa di San Nicola

La chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari, patrono del paese, si trova a circa 80 metri s.l.m., su di un colle che sovrasta il centro abitato. La costruzione probabilmente risale al XVII secolo, periodo a cui si riferiscono i primi registri parrocchiali.

L’interno dell’edificio di culto è dalle linee semplici, ad unica navata con paraste a sostegno di archi a tutto sesto sui quali poggia una copertura lignea a doppio spiovente. Lungo le pareti, prive di elementi architettonici decorativi, tra le paraste sono collocati: i simulacri dei principali Santi venerati nella parrocchia; un espressivo crocifisso in cartapesta, anticamente utilizzato per S’Iscravamentu durante i riti della Settimana Santa; una scultura lignea del XVI secolo raffigurante Sant’Antonio da Padova, realizzata con la tecnica dell’estofado de oro. Le due cappelle laterali che trovano spazio sul fondo dell’aula sono rispettivamente dedicate, una alla Madonna del Rosario e una a San Pietro. La prima ospita un altare con nicchia bordata in conci di trachite, l’altra un fonte battesimale in marmo policromo (XVII secolo) e le statue lignee di Gesù Risorto (XVIII secolo) e di San Pietro (XVII secolo).

Due gradini danno accesso al presbiterio dove si trova la mensa del XVII secolo rivestita in marmi con motivi floreali che incorniciano l’effigie centrale di San Nicola. L’ambiente è illuminato da una finestra circolare decentrata per via dell’asimmetria dell’arco che collega l’aula al presbiterio, questo probabilmente realizzato come ampliamento dell’edificio originario tra la fine del XIX secolo e gli inizi XX secolo. Al di sotto dell’oculo, su una mensola in legno, è posta la statua di San Nicola (XVII secolo). Nella sacrestia si trovano invece due nicchie che ospitano le statue lignee della Madonna del Rosario, realizzata con la tecnica a cannuga, e della Madonna della Salette, entrambe del XIX secolo. Il presbiterio e la sacrestia, diversamente dalla navata, presentano una copertura con volta a crociera.

Nella facciata si apre una finestra sormontata da un timpano. Sul lato sinistro dell’edificio sorge il campanile, realizzato in due epoche successive con due ordini di finestre, e che ospita due campane acquistate intorno alla metà del secolo scorso. Sul lato destro si trova la casa parrocchiale realizzata nell’Ottocento.

Chiesa della Madonna del Rimedio

La chiesa campestre dedicata alla Madonna del Rimedio è collocata su una piccola altura a circa 70 metri s.l.m., poco distante dal centro abitato. Non si conosce l’epoca di costruzione dell’edificio, data sia l’esiguità dei documenti che ne attestano la presenza, sia la mancanza, nell’archivio parrocchiale, di registri antecedenti il 1930. Una prima menzione della chiesa si trova nei verbali delle visite pastorali che riportano come l’Arcivescovo Antonio Sotgiu, in seguito ad un sopralluogo nel santuario nel 1873, raccomandasse: che venga mantenuta in stato decente e che per il crocifisso che vi si conserva, si costruisca nel muro una nicchia capace a contenerlo decentemente, per meglio essere conservato e venerato. Risale invece al 10 settembre 1888 (anno da cui hanno inizio i registri delle messe della chiesa) la più antica attestazione delle celebrazioni in onore della Madonna del Rimedio, tradizionalmente festeggiata l’8 settembre.

Secondo la tradizione locale, il suo culto nel paese di Siapiccia sarebbe antecedente a quello praticato nel più conosciuto santuario di Oristano, ma avrebbe un’origine diversa, legata ad una leggenda molto sentita dalla comunità locale.

La chiesa è realizzata con murature in pietra di arenaria e di basalto locali, di varia pezzatura, poggianti direttamente su un basamento roccioso che funge da fondazione.

All’edificio, ad unica aula, ampliato in due fasi successive come dimostrano i cantonali d’angolo, si accede tramite due ingressi: uno principale posto a est ed uno laterale sul lato sud, rivolto verso la chiesa parrocchiale del paese. La pavimentazione è in cotto; l’illuminazione è favorita da due piccole finestre. Anticamente una balaustra in ferro battuto e legno separava l’aula dal presbiterio, che attualmente si presenta rialzato da un gradino in basalto. L’altare in legno decorato si imposta su degli affioramenti rocciosi nascosti da un gradone in muratura e conserva il simulacro della Madonna del Rimedio, con abito riccamente drappeggiato e tracce di una originaria pittura (è possibile che si tratti di una statua pagana riadattata al culto cristiano). Un’altra statua della Madonna, utilizzata nelle processioni, è custodita in una nicchia posta nella parete destra rispetto all’ingresso principale. Capriate lignee sostengono il tetto a capanna ricoperto da coppi sardi. All’esterno, sul retro, un piccolo campanile a vela realizzato in conci di basalto squadrati e sagomati, ospita una piccola campana del Settecento dedicata alla Vergine.


Secondo la leggenda, il luogo dove ora sorge la chiesa era in origine ricoperto di vegetazione. Un cacciatore, incuriosito dal continuo abbaiare del suo cane verso un rovo, ritrovò una statua recante un biglietto che raccomandava di costruire su quel rovo un altare, ma che fosse “faccia al monte e spalle al mare”. Richiamati i compaesani e raccontato l’accaduto, si decise di costruire l’altare con una cappella che lo contenesse, ma rivolto ad est, in direzione del sole nascente, secondo le regole canoniche e non secondo quanto richiesto nel biglietto. Poiché ad ogni tentativo di costruzione l’ara sistematicamente crollava, si decise di seguire la richiesta.

Ancora oggi l’altare segue quell’orientamento e, fino a pochi anni fa, al suo interno vi germogliava il rovo. Gli anziani del paese ricordano che nei pressi dell’ara, oggi inglobata nell’edificio ecclesiastico, vi era una botola che dava accesso ad un ambiente ipogeico nel quale il sacerdote riponeva i paramenti e gli arredi sacri. La botola, e quindi l’accesso all’ambiente ipogeico, venne fatta chiudere in occasione di alcuni lavori di restauro realizzati intorno agli anni ’50 – ’60, per timore che il santuario venisse interdetto al culto se le autorità competenti ne fossero venute a conoscenza. Della botola oggi non rimane nessuna traccia, se non il rumore di vuoto che si può udire battendo sul pavimento. È probabile che alcuni documenti riguardanti la costruzione della chiesa siano rimasti all’interno dell’ipogeo.