Origine del nome

L’etimologia di Zerfaliu non è certa. Secondo l’interpretazione del canonico Giovanni Spanu il toponimo potrebbe derivare dal fenicio shiaraph, che significa “luogo bruciato, sito arido”; mentre Raimondo Bonu sostiene che il nome derivi dall’unificazione dei termini ζωρός (zoros: forte) e feos (pianta palustre). Una terza ipotesi si ricollega all’intensiva coltivazione del campidano in età romana e di conseguenza al termine cerfai (setacciare o pestare, tritare un prodotto agricolo). Non è dunque da escludere la sussistenza di un etimo derivato da cerfaiu, inteso come luogo in ci si effettua sa cerfa (setacciatura, pestatura), che si sarebbe poi trasformato in cerfaliu, cerfalliu e zerfaliu.

Storia

La presenza nel territorio di alcuni nuraghi attesta la frequentazione dell’area già dall’età del Bronzo, anche se è in età romana che la zona, sede di un’intensa produzione granaria, fu continuativamente abitata.

Durante il tardo medioevo il Comune di Zerfaliu fece parte del Giudicato di Arborea nella curatoria del Campidano Maggiore, per poi essere assorbito nel Marchesato di Oristano nel primo ventennio del Quattrocento, dopo la caduta del giudicato. Nel 1478 passò sotto il dominio aragonese divenendo feudo ed in epoca sabauda (1767 ca.) venne incorporato come tenuta dei Flores Nurra nel Marchesato d'Arcais.

Riscattato ai suoi ricchi possidenti nel 1838-39, con la soppressione del sistema feudale, il paese divenne nel XIX secolo un comune indipendente amministrato da un sindaco e da un consiglio comunale. Dapprima compreso nella provincia di Oristano, entrò più tardi (1859) a far parte di quella di Cagliari. Nel 1927 divenne frazione di Solarussa, per poi riacquistare l’autonomia solo nel 1945 ed essere rincluso un trentennio dopo (1974) nella provincia di Oristano, in seguito alla sua ricostituzione.

Nuraghe e’ Mesu

Il Nuraghe e’ Mesu è il maggiore e il meglio conservato tra le strutture di epoca preistorica individuate nel territorio di Zerfaliu. Posto al centro (mesu) dell’ampia vallata de S’Ungroni, a ridosso della piana dell’Alto Oristanese, raggiunge un’altezza di 5 m. ca. dal pietrame di crollo, ma in origine doveva elevarsi per 15 m. ca. È un nuraghe di tipo complesso, con mastio e due torri laterali, affiancate probabilmente in seguito lungo l’asse sud dell’ingresso. Attorno al suo recinto risulta notevole la presenza di un pozzo nuragico. 

Tomba dei giganti Serra Ebrutzu

La tomba dei giganti di Serra Ebrutzu è stata rinvenuta in un terreno agricolo, perfettamente orientata lungo l’asse Nord-Sud, con ingresso rivolto a Sud, così come riscontrato nei nuraghi del territorio. La tomba, di tipo collettivo, si sviluppa per circa 13,5 m. in un corridoio rettilineo foderato da massi di copertura (oggi in buona parte mancanti o crollati tutt’intorno) ed in un’ampia esedra frontale rivolta verso il fiume Tirso.

La presenza di altre tombe negli attigui agri di Pulilatino, Bauladu e Abbasanta fa supporre che nelle immediate vicinanze, tra il nuraghe Su Strampu ed il nuraghe Cagotti, vi fosse un insediamento nuragico di una certa rilevanza.

Parrocchia della Santa Trasfigurazione

L’attuale parrocchiale, dedicata alla Nostra Signora della Trasfigurazione nel 1837, si compone dei resti di una chiesa del periodo pisano-genovese (XI-XII sec.), di cui rimane un arco a sesto acuto con sovrapposto campanile a vela (utilizzato sino alla realizzazione di quello odierno), e del successivo edificio di epoca spagnola (XV-XVI sec.). La struttura in origine aveva una pianta a croce latina ad un’unica navata, abside rettangolare e copertura con capriate lignee. In seguito, all’aula furono aggiunte le cappelle.

Nel corso del Novecento la chiesa, a causa delle cattive condizioni in cui versava, è stata sottoposta a parziali interventi di demolizione e di restauro, tra cui la sostituzione delle travi in legno del tetto (1947-50). Dopo i lavori di ristrutturazione, la parrocchia è stata riaperta al culto il 16 marzo 1952.

Chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa intitolata a San Giovanni Battista è situata alla periferia dell'abitato di Zerfaliu, sulla via per San Vero Congius. L'impianto, tipico dell'architettura romanica, risale alla metà del XIII secolo e si imposta sui resti di una necropoli romana, ribattezzata Santu Giuanne, in prossimità di un distrutto nuraghe da cui furono probabilmente prelevati diversi conci per il riutilizzo nella stessa chiesa.

L’ambiente interno, dalla copertura lignea a capanna, si sviluppa in un'unica aula scandita da due archi a tutto sesto, con presbiterio sopraelevato su un gradino e terminante nell'abside semicircolare chiusa dalla tradizionale conca (semicupola). All’esterno, un successivo ampliamento in direzione nord ha comportato il decentramento verso sud del portale d’accesso principale e dell’abside; sulla parete destra è invece ancora evidente la traccia di un’apertura che verosimilmente costituiva un accesso secondario.

Il paramento murario è eseguito con materiale lapideo di origine e composizione differente: cantonetti basaltici e arenacei ben lavorati, impiegati per il primo impianto; pietrame di media pezzatura in basalto, arenaria e trachite, di forma, dimensioni e colori eterogenei, utilizzato per l’ampliamento.

La facciata attuale, con campanile a vela simmetricamente disposto al centro, presenta ancora le tracce del vecchio prospetto: degli alloggiamenti per bacini ceramici ormai perduti, una finestrella cruciforme al vertice degli antichi spioventi e lo sviluppo del primo campanile a vela.

Importanti modifiche sono state infine apportate negli anni ’50 con l’edificazione, in prossimità della chiesa, del canale di irrigazione del Tirso verso i territori del Campidano, e con la ricostruzione di una porzione del muro di cinta in conci basaltici. L'edificio è stato sottoposto a restauro conservativo agli inizi degli anni ’80.